O i rifiuti o noi di Stefano Montanari

Che l’uomo sia un essere unico sulla Terra, non ci sono dubbi. Spesso, presi dall’entusiasmo e commossi dalla nostra stessa grandezza, noi uomini ci spingiamo ben più in là, scrivendo Uomo con la maiuscola e definendoci come il capolavoro del creato.
A ben guardare, il bipede implume uomo, maiuscola o no, si distingue nettamente da ogni altro animale che popoli questo pianeta (lasciamo perdere il resto del creato di cui non sappiamo nulla) per una caratteristica sul cui essere positivo si può avanzare più di un dubbio: la sua capacità d’inquinare. Sì: l’uomo è l’unico animale che non viva in equilibrio con la natura, un equilibrio delicatissimo che si è istaurato in miliardi di anni e che è leibnizianamente il migliore e, comunque, l’unico possibile con gl’ingredienti a disposizione. Cambiando questi ingredienti, ecco che un altro equilibrio andrà a stabilirsi, con tutti gli sconvolgimenti che il fatto inevitabilmente comporta. Nulla di tragico per la natura che assumerà aspetti diversi da quelli di oggi, ma qualcuno dovrà sloggiare.
A differenza di ogni altro essere vivente, noi non produciamo scorie che, in un modo o nell’altro, entrino in un circolo virtuoso naturale e siano fonte di vita per altri coinquilini. Non da un punto di vista biologico, naturalmente, perché da lì non c’è nulla che ci differenzi da altri primati, ma dal punto di vista sociale. L’uomo di oggi vive il crepuscolo dell’illusione che la Terra gli consenta ogni capriccio, compreso quello di trasformarla in un immondezzaio. Ahimé, al brusco, ineludibile risveglio del prossimo futuro, avremo qualche delusione.
Il mondo è stato creato in maniera del tutto opinabile e di certo antidemocratica: le leggi che lo governano sono state promulgate senza il nostro consenso e non di rado non ci sfagiolano affatto. Prendiamo, tra le tante, quella che è la legge, o il principio, per meglio dire, di conservazione della massa. Questa stabilisce che in un sistema chiuso, cosa che la Terra è, la quantità di materia totale rimanga costante, il che costituisce un bel problema per chi trasforma quotidianamente materia più o meno amorfa e indifferenziata, almeno dal punto di vista di ciò che poi questa materia diventerà, in rifiuto, cioè in qualcosa che ci è servito per un tempo più o meno lungo e per un fine più o meno nobile ma che, fatta la sua funzione, non ci serve più. Anzi, ci dà pure fastidio. E rifiuto non è soltanto il sacchetto di plastica gettato via, ma sono i fumi che escono dai motori, dai camini delle industrie, degl’inceneritori, delle centrali elettriche e così via. Energia: l’uomo ha costruito una società che divora energia e questa energia s’illude di poterla estrarre dall’interno del sistema, cozzando così contro un concetto di fisica elementare: quella fonte andrà necessariamente ad esaurirsi e l’energia non sarà più disponibile. Inutile negarlo: il Pianeta è stato strizzato come un limone e ormai di succo per domani non ne restano che poche gocce.
Di una cosa dobbiamo renderci conto: il mondo non appartiene a noi, ma alla generazione che seguirà la nostra. Da loro l’abbiamo avuto in prestito e loro, a loro volta, lo dovranno rendere ai loro figli. Dunque, rispettare la Terra è anche
un atto d’amore non retoricamente rivolto alla natura in sé, ma verso chi noi abbiamo generato.
Arrivati, come siamo, a due passi dal capolinea e, anzi, avendo già superato sotto vari aspetti il punto di non ritorno, occorre che noi incominciamo a ragionare a testa fredda e smettiamo di dar corpo ad illusioni che la scienza smentisce da secoli e che il più elementare buon senso ci vieta di accettare.
Noi siamo qui da un paio di milioni di anni, ma è solo da qualche decennio che noi ci comportiamo come bambini viziati, facendo questo a scapito prima di tutto di noi stessi, perché un parassita (e l’uomo lo è diventato) che distrugga il proprio ospite è destinato inevitabilmente ad estinguersi su quell’ospite. Dal punto di vista pratico, questo significa che il modello di vita che ci siamo dati non è più sostenibile e che, dunque, per il futuro noi dobbiamo escogitare e mettere in atto comportamenti differenti da quelli odierni. Inutile negarlo: a qualcosa dovremo rinunciare; anzi, a più di qualcosa. Del resto, abbiamo dilapidato una fortuna come qualsiasi figliol prodigo e adesso non possiamo più permetterci i lussi di un tempo.
Non è ancora la soluzione per il futuro, ma la prima cosa da fare con tutta urgenza è quella di frenare la produzione dei rifiuti. E’ lapalissiano: il rifiuto che non c’è è quello che si smaltisce meglio. Per fare questo, però, dobbiamo costatare come un’economia, intesa etimologicamente come conduzione dell’ambiente, basata su consumi dettati da necessità artificialmente imposte non è sostenibile, se non altro a causa dei rifiuti che un sistema del genere non può altro che generare. Non sarà più possibile, ad esempio, usare imballi come facciamo ora, imballi che, da nuovi, costituiscono più o meno la metà del volume di una discarica. Il tubetto di dentifricio non potrà più essere contenuto in un’inutile scatola, il latte non potrà più stare in confezioni di cartone, per di più plastificato, idem per i detersivi e per tanti altri prodotti che possono tranquillamente essere smerciati in tutt’altra maniera. Già in qualche posto, quasi alla carbonara, si comincia a distribuire latte e detersivo direttamente da macchine automatiche presso cui il consumatore va con il proprio recipiente. La sorpresa è che il prezzo pagato crolla, il che sta a dimostrare quanto poco saggi siamo stati finora. Il colmo viene raggiunto quando si pensa al consumo che facciamo di acque minerali. Di fatto, noi compriamo pioggia ficcata in un contenitore spesso di plastica e, dunque, dannoso per l’ambiente, e la paghiamo ad un prezzo iperbolico, mille e mille volte superiore al costo effettivo di quel prodotto.
Il primo passo che dovremo per forza compiere, allora, è quello di educarci come consumatori. Dovremo comprare ciò di cui abbiamo bisogno e nient’altro, e questo indipendentemente dalla confezione fatta apposta per indurci all’acquisto. Non più il selvaggio conquistato a specchietti e perline, dunque, ma un consumatore colto. Nessun progresso tecnologico, ma uno molto più difficile da attuare che avviene nel nostro cervello.
Il monouso, mito dell’ultimo trentennio o giù di lì, occhiutamente sostenuto dalla filosofia economica statunitense, è ormai da considerare un dinosauro decrepito. Non perché non ci piaccia più: semplicemente perché non ce lo potremo più permettere. Questo richiede un drastico colpo di timone a tutto il nostro modo di vivere e, per l’industria, anche di progettare i propri prodotti. Tutto dovrà forzatamente essere più duraturo e, nel contempo, dovrà essere
possibile trasformarlo in materiali e sostanze con il minore impatto possibile sull’ecosistema. Ridurre, recuperare, riciclare e riusare non sarà più sufficiente: occorrerà che l’industria rivoluzioni la propria maniera di pensare il prodotto e l’idea sarà che ciò che lascia rifiuti è frutto di una cattiva progettazione.
Le leggi stesse dovranno cambiare. Non sarà più consentito vendere oggetti che non siano compatibili con la natura. Ogni mercanzia dovrà essere corredata di una scheda che elenchi ciascuno dei componenti e questi componenti dovranno essere “amici dell’ambiente”. Poi, ogni fabbricante dovrà prendersi carico completo dello smaltimento del suo prodotto quando, per qualsiasi motivo, questo non fosse più utilizzabile, il che obbligherà alla massima attenzione proprio in fase di concepimento del prodotto.
Malauguratamente, i rifiuti non sono una risorsa, contrariamente a quanto qualche pifferaio di Hamelin tenta di farci credere: sono un aspetto negativo della nostra società e basta. Pretendere di ricavarne energia è del tutto illusorio, e al proposito basta dare un’occhiata ai conti fatti da Gianni Tamino dell’Università di Padova, conti che dimostrano come, se si prendono in considerazione tutti gli addendi, il bilancio è fallimentare. A questo si aggiunga come estrarre energia dai rifiuti significhi espellere in atmosfera quantità enormi d’inquinanti, assai più aggressivi per la salute del rifiuto originale e superiori in massa a quello (bruciare significa ossidare e l’ossidazione avviene a spese dell’ossigeno atmosferico che ha una massa, e alla combustione si aggiungono altre sostanze che entrano nella massa finale). Questo non si potrà più fare non appena anche i politici più impermeabili alla scienza e gli “scienziati” più sensibili alle sirene dell’industria dovranno arrendersi all’ovvietà. Per quel poco di rifiuto che inevitabilmente resterà, dovremo studiare metodi di trasformazione (il verbo eliminare o quello smaltire sono in contraddizione con il primo principio della termodinamica) che non producano le sostanze velenose classiche dei sistemi d’incenerimento, dalle diossine ai furani agl’idrocarburi policiclici aromatici alle nanopolveri, tanto pericolose quanto cocciutamente ignorate dagli struzzi. Dal punto di vista tecnico, credo che il problema potrà essere risolto anche in più modi e parecchio si sta facendo ora. L’importante è che la ricerca miri ad una soluzione reale del problema e non a spostarlo o a nasconderlo come troppo spesso si è fatto.
Prevedere che cosa accadrà è difficile e facile al contempo. Difficile perché molto dipende dall’atteggiamento di chi ci governa e chi ci governa non ha spesso le conoscenze tecniche necessarie per scegliere con serenità e oculatezza. E poi, siamo tutti uomini di mondo e non ci sfugge il fatto che l’uomo politico resta un uomo e l’uomo è preda di tentazioni, tentazioni che, purtroppo, diverse lobby profondono a piene mani. Molto dipende dall’industria. Se anche l’industria si accorgerà che un mercato è sfruttabile finché questo mercato esiste ma, se il mercato viene distrutto perché non possono più esistere compratori, per l’industria è finita, avremo fatto un passo importante nella direzione corretta. Molto dipende dagli scienziati, compresa quella minoranza che si vende per sostenere assurdità come già fece in passato quando sostenne l’innocuità del fumo di tabacco o dell’amianto, e che è, alla fine, destinata inesorabilmente ad essere smentita. E molto dipende da ognuno di noi, dai nostri comportamenti singoli, perché uno più uno ripetuto
miliardi di volte fa un numero talmente grande da far pendere il Pianeta da una parte piuttosto che dall’altra.
La previsione facile è quella che, prima o poi, i rifiuti non ci saranno (quasi) più o, almeno, saranno profondamente diversi. Più presto di quanto non vorremmo pensare, ci troveremo di fronte ad una scelta impossibile da eludere: o i rifiuti o noi.
Pubblicato su Villaggio Globale, Anno X, Numero 37, Marzo 2007-03-14 pagg. 31-36

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