Relazione del Prof. De Medici dello scorso 12 maggio 2007 sui siti idonei allo stoccaggio rifiuti per tutta la regione

Stralcio della relazione tenuta dal prof. de’ Medici durante la conferenza stampa sui siti alternativi a Serre organizzata dall’Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia, sabato 12 maggio alle ore 11.00, presso la sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
L’11 gennaio, esattamente alle ore 14.45, io insieme ad altri delegati delle Assise di Palazzo Marigliano e del Comitato allarmi rifiuti tossici, tra cui padre Alex Zanotelli, fummo ricevuti in Prefettura a Napoli e avemmo una lunga discussione con il dott. Bertolaso e con il suo vice la dott.sa Marta Di Gennaro. Ricevemmo una buona accoglienza anzi quasi una testimonianza di affetto e ci fu chiesto di dare un contributo alla risoluzione dell’emergenza rifiuti. Qualche giorno dopo fui chiamato dalla dott.sa Di Gennaro e mi fu chiesto di collaborare per la ricerca di siti.
Per due mesi io ho collaborato con la struttura commissariale guidata da Bertolaso, partecipando a tutte le riunioni: in Prefettura a Napoli, presso la Protezione civile a Roma e in tutti i luoghi che erano in discussione in quel momento. Si trattava di vere e proprie conferenze di servizio, che venivano quindi tutte registrate. Erano presenti a tali incontri i rappresentanti del ministero dell’Ambiente, cioè i capi di gabinetto e i vicecapi di gabinetto, i rappresentanti di Legambiente, i rappresentanti dell’APAT, l’agenzia nazionale che comprende anche il vecchio servizio geologico di Stato; inizialmente c’era anche il WWF, e in alcune riunioni, anche i delegati della provincia di Salerno.
Fin dall’inizio io posi due questioni alle quali sino ad oggi non sono riuscito ad ottenere risposta, la qual cosa mi indigna ulteriormente. La prima domanda che posi alla struttura di Bertolaso e che pongo ancora oggi è questa: perché tale struttura ha agito fin dall’inizio esclusivamente su cave dismesse. Un commissario straordinario che ha ampi poteri non capisco perché non possa scegliersi dei siti più idonei dal punto di vista geologico, ambientale, paesaggistico, turistico e da tutti gli altri punti di vista. Perché solo su cave dismesse? Voi sapete benissimo che le cave in Campania sono quasi tutte in mano alla camorra e che sono state abbandonate in situazioni disastrose anziché essere messe a posto dagli stessi coltivatori delle cave.
La legge parla chiaro: se io ho un piano di coltivazione sulla cava questo piano comprende l’inizio, lo sfruttamento ed alla fine il ripristino definitivo. Non si può, dunque, intervenire in queste cave, spacciando l’intervento come riqualificazione ambientale. La riqualificazione non la deve fare lo Stato o il governo regionale ma chi ha rovinato la zona. E questo è il primo motivo. Il secondo è che quasi tutte le cave sono in materiali calcarei e lapidei, che geologicamente non si prestano minimamente ad essere utilizzate per una discarica e soprattutto per una discarica di immondizia. La maggior parte di queste cave (Eboli, Dugenta ecc.) sono tra l’altro composte di materiali non argillosi. Il che significa praticamente che “bevono” percolato e che quindi bisogna fare dei trattamenti speciali per sistemarle. Dugenta è addirittura in falda, cioè la falda idrica è affiorante perché con lo scavo si è arrivati in falda. Ci sono dei laghetti nei quali si dovrebbe poi mettere l’immondizia. A tutte queste domande non ho mai ricevuto risposte.
Perchè, ancora, per evitare di incorrere in errori e farsi indicare dei siti più idonei non è stata chiamata l’APAT che era presente ai colloqui? Anche questa domanda rimane senza risposta. Detto questo e fatte le schede sui diversi siti che venivano presentati di volta in volta e che noi andavamo a vedere io scartai tutti quanti questi siti tra cui c’era anche Serre: una vera e propria assurdità, in quanto in prossimità del fiume Sele che già subisce percolato da altre due discariche vicine mal sistemate”. A proposito di Serre mi fu detto dal dott. Sauli – è a verbale se ci sono le registrazioni – che era consulente della struttura: “Professore, noi praticamente la utilizziamo per un anno poi di volta in volta man mano che accumuliamo i rifiuti ci mettiamo calce su e non inquiniamo niente”. “Chiedo scusa – replicai – lei mi può garantire per iscritto in questo momento che dopo l’uso temporaneo di Serre di Persano l’Oasi ritornerà quella di prima naturalisticamente parlando?”. Mi risponde Sauli: “No. Questo non lo posso dire”.
Pertanto mi misi in macchina a mie spese, con i miei assistenti e andai a fare un giro nelle zone che già avevo indicato alla struttura Bertolaso in provincia di Salerno, di Benevento, ma soprattutto in provincia di Avellino. La relazione con l’indicazione di questi siti la presentai nel mese di febbraio alla struttura Bertolaso. Mi dettero perfettamente ragione i vice coordinatori e i coordinatori del ministero dell’Ambiente, mi dettero ragione i dirigenti dell’APAT, mi dettero ragione tutte le altre componenti. Però la dott.sa Di Gennaro mi obiettò: “Professore noi adesso come facciamo? Perché amministrativamente noi abbiamo già tutto pronto su Serre di Persano, adesso dovremmo ricominciare punto e a capo”. “Guardi dottoressa – risposi – non è così”. Alla discussione che ebbi con la dott.sa Di Gennaro era presente anche il dott. Pizzi che è a capo della struttura geologica della Protezione civile. “Non è così – dico – perché in queste ampie aree estese per chilometri e chilometri quadri sono presenti non solo situazioni ideali da tutti i punti di vista ma c’è anche la presenza di campi eolici con autostrade che attraversano tutte queste aree”. Cioè dall’autostrada Napoli-Bari si dipartono una serie di autostrade interne perché i camion per portare le pale eoliche che sono altissime e grandi hanno bisogno di strade ampie quasi quanto le autostrade. E nello stesso tempo se questi campi sono utilizzati per l’energia eolica è chiaro che tutta la problematica amministrativa è già risolta. Poi c’è un’altra questione che non sono riuscito a capire. Fin dall’inizio (11 gennaio, il giorno del primo colloquio con Bertolaso) si è parlato di un’urgenza micidiale, per cui in 24 ore si sarebbero dovuti trovare siti alternativi, ma sono passati mesi e i siti ancora non ci sono. Soltanto ieri sui giornali esce fuori per esempio Sant’Arcangelo Trimonte di cui non si era mai parlato e che viene collocato in provincia di Benevento mentre è in provincia di Avellino.
Io feci un discorso molto chiaro alla dott.sa Di Gennaro alla presenza di testimoni, dicendo: “Dott.ssa io le ho consegnato la relazione dei siti che secondo me sono i migliori e vi dico anche che non ci sono problemi però voi volete insistere a tutti i costi su Serre di Persano che io vi escludo non solo per motivi geologici, che poi sono stati accertati in maniera straordinaria dal mio collega Franco Ortolani, ma per fatti anche vitali: voi non potete andare a fare una discarica in una zona che è prossima al fiume Sele e non potete farla a distanza di 500 metri da un’oasi naturale che va salvaguardata non solo al suo interno ma, per legge, anche all’esterno.
Allora io non capisco, ho l’impressione che manchi una ratio a questa situazione: se ci sono siti alternativi idonei ad ospitare discariche, in questa fase emergenziale, perché si insiste sulle aree protette? Ma a questa domanda pare non ci sia risposta.

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Oms: aumento vertiginoso dei tumori in Campania

Roberto Saviano è l’autore di Gomorra, il best-seller che racconta un viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra

È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi.

E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.

Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.

Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa – l’Ecocampania – che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.

Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.

Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico – è il sistema dei consorzi.

Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano.

Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.

Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.

Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese – secondo le accuse – è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.

Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.

La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.

Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari.

Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.

Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.

E’ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi.
[an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.

Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.

L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.

Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle “sacchette” di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.

Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”. Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

(5 gennaio 2008)

Come ognuno di noi può contribuire a diminuire l’emergenza rifiuti

Ci sono alcune regole che possiamo adottare da subito:

evitare di utilizzare piatti, bicchieri e posate di plastica e tovaglioli di carta

procurarsi borse per la spesa di tessuto o comunque non monouso

effettuare comunque la raccolta differenziata, almeno dividendo l’umido dal secco

non comprare acqua minerale, ma al massimo installare un purificatore d’acqua sotto il lavello

Ricordiamoci, inoltre, che se abbiamo i rifiuti sotto casa la colpa è della mancata organizzazione della struttura comunale, la quale non si è attrezzata per la raccolta porta a porta e non ha predisposto isole ecologiche. Si parla sempre di termovalorizzatore, ma bisogna ricordare che questo al massimo dovrebbe servire a bruciare ciò che non si è riusciti a riciclare. Infatti la legge Ronchi prevede la riduzione, il riutilizzo, il riciclaggio dei rifiuti e quindi solo una parte marginale di questi dovrebbe essere bruciata.

Quindi non facciamoci imbrogliare, perchè dietro l’emergenza attuale c’è solo la solita commistione tra incapacità, malafede e collusione, come ha dimostrato la recente vicenda della discarica a Lo Uttaro.

Le foto che seguono sono state scattate il primo giorno dell’anno a San NIcola la Strada, a Casapulla e a Casagiove e dimostrano che laddovve si differenzia, anche in periodo di crisi, non c’è spazzatura per strada.

CASAPULLA (Raccolta nei contenitori stradali)

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SAN NICOLA LA STRADA (Raccolta nei contenitori stradali)

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CASAGIOVE (raccolta differenziata porta a porta)

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O i rifiuti o noi di Stefano Montanari

Che l’uomo sia un essere unico sulla Terra, non ci sono dubbi. Spesso, presi dall’entusiasmo e commossi dalla nostra stessa grandezza, noi uomini ci spingiamo ben più in là, scrivendo Uomo con la maiuscola e definendoci come il capolavoro del creato.
A ben guardare, il bipede implume uomo, maiuscola o no, si distingue nettamente da ogni altro animale che popoli questo pianeta (lasciamo perdere il resto del creato di cui non sappiamo nulla) per una caratteristica sul cui essere positivo si può avanzare più di un dubbio: la sua capacità d’inquinare. Sì: l’uomo è l’unico animale che non viva in equilibrio con la natura, un equilibrio delicatissimo che si è istaurato in miliardi di anni e che è leibnizianamente il migliore e, comunque, l’unico possibile con gl’ingredienti a disposizione. Cambiando questi ingredienti, ecco che un altro equilibrio andrà a stabilirsi, con tutti gli sconvolgimenti che il fatto inevitabilmente comporta. Nulla di tragico per la natura che assumerà aspetti diversi da quelli di oggi, ma qualcuno dovrà sloggiare.
A differenza di ogni altro essere vivente, noi non produciamo scorie che, in un modo o nell’altro, entrino in un circolo virtuoso naturale e siano fonte di vita per altri coinquilini. Non da un punto di vista biologico, naturalmente, perché da lì non c’è nulla che ci differenzi da altri primati, ma dal punto di vista sociale. L’uomo di oggi vive il crepuscolo dell’illusione che la Terra gli consenta ogni capriccio, compreso quello di trasformarla in un immondezzaio. Ahimé, al brusco, ineludibile risveglio del prossimo futuro, avremo qualche delusione.
Il mondo è stato creato in maniera del tutto opinabile e di certo antidemocratica: le leggi che lo governano sono state promulgate senza il nostro consenso e non di rado non ci sfagiolano affatto. Prendiamo, tra le tante, quella che è la legge, o il principio, per meglio dire, di conservazione della massa. Questa stabilisce che in un sistema chiuso, cosa che la Terra è, la quantità di materia totale rimanga costante, il che costituisce un bel problema per chi trasforma quotidianamente materia più o meno amorfa e indifferenziata, almeno dal punto di vista di ciò che poi questa materia diventerà, in rifiuto, cioè in qualcosa che ci è servito per un tempo più o meno lungo e per un fine più o meno nobile ma che, fatta la sua funzione, non ci serve più. Anzi, ci dà pure fastidio. E rifiuto non è soltanto il sacchetto di plastica gettato via, ma sono i fumi che escono dai motori, dai camini delle industrie, degl’inceneritori, delle centrali elettriche e così via. Energia: l’uomo ha costruito una società che divora energia e questa energia s’illude di poterla estrarre dall’interno del sistema, cozzando così contro un concetto di fisica elementare: quella fonte andrà necessariamente ad esaurirsi e l’energia non sarà più disponibile. Inutile negarlo: il Pianeta è stato strizzato come un limone e ormai di succo per domani non ne restano che poche gocce.
Di una cosa dobbiamo renderci conto: il mondo non appartiene a noi, ma alla generazione che seguirà la nostra. Da loro l’abbiamo avuto in prestito e loro, a loro volta, lo dovranno rendere ai loro figli. Dunque, rispettare la Terra è anche
un atto d’amore non retoricamente rivolto alla natura in sé, ma verso chi noi abbiamo generato.
Arrivati, come siamo, a due passi dal capolinea e, anzi, avendo già superato sotto vari aspetti il punto di non ritorno, occorre che noi incominciamo a ragionare a testa fredda e smettiamo di dar corpo ad illusioni che la scienza smentisce da secoli e che il più elementare buon senso ci vieta di accettare.
Noi siamo qui da un paio di milioni di anni, ma è solo da qualche decennio che noi ci comportiamo come bambini viziati, facendo questo a scapito prima di tutto di noi stessi, perché un parassita (e l’uomo lo è diventato) che distrugga il proprio ospite è destinato inevitabilmente ad estinguersi su quell’ospite. Dal punto di vista pratico, questo significa che il modello di vita che ci siamo dati non è più sostenibile e che, dunque, per il futuro noi dobbiamo escogitare e mettere in atto comportamenti differenti da quelli odierni. Inutile negarlo: a qualcosa dovremo rinunciare; anzi, a più di qualcosa. Del resto, abbiamo dilapidato una fortuna come qualsiasi figliol prodigo e adesso non possiamo più permetterci i lussi di un tempo.
Non è ancora la soluzione per il futuro, ma la prima cosa da fare con tutta urgenza è quella di frenare la produzione dei rifiuti. E’ lapalissiano: il rifiuto che non c’è è quello che si smaltisce meglio. Per fare questo, però, dobbiamo costatare come un’economia, intesa etimologicamente come conduzione dell’ambiente, basata su consumi dettati da necessità artificialmente imposte non è sostenibile, se non altro a causa dei rifiuti che un sistema del genere non può altro che generare. Non sarà più possibile, ad esempio, usare imballi come facciamo ora, imballi che, da nuovi, costituiscono più o meno la metà del volume di una discarica. Il tubetto di dentifricio non potrà più essere contenuto in un’inutile scatola, il latte non potrà più stare in confezioni di cartone, per di più plastificato, idem per i detersivi e per tanti altri prodotti che possono tranquillamente essere smerciati in tutt’altra maniera. Già in qualche posto, quasi alla carbonara, si comincia a distribuire latte e detersivo direttamente da macchine automatiche presso cui il consumatore va con il proprio recipiente. La sorpresa è che il prezzo pagato crolla, il che sta a dimostrare quanto poco saggi siamo stati finora. Il colmo viene raggiunto quando si pensa al consumo che facciamo di acque minerali. Di fatto, noi compriamo pioggia ficcata in un contenitore spesso di plastica e, dunque, dannoso per l’ambiente, e la paghiamo ad un prezzo iperbolico, mille e mille volte superiore al costo effettivo di quel prodotto.
Il primo passo che dovremo per forza compiere, allora, è quello di educarci come consumatori. Dovremo comprare ciò di cui abbiamo bisogno e nient’altro, e questo indipendentemente dalla confezione fatta apposta per indurci all’acquisto. Non più il selvaggio conquistato a specchietti e perline, dunque, ma un consumatore colto. Nessun progresso tecnologico, ma uno molto più difficile da attuare che avviene nel nostro cervello.
Il monouso, mito dell’ultimo trentennio o giù di lì, occhiutamente sostenuto dalla filosofia economica statunitense, è ormai da considerare un dinosauro decrepito. Non perché non ci piaccia più: semplicemente perché non ce lo potremo più permettere. Questo richiede un drastico colpo di timone a tutto il nostro modo di vivere e, per l’industria, anche di progettare i propri prodotti. Tutto dovrà forzatamente essere più duraturo e, nel contempo, dovrà essere
possibile trasformarlo in materiali e sostanze con il minore impatto possibile sull’ecosistema. Ridurre, recuperare, riciclare e riusare non sarà più sufficiente: occorrerà che l’industria rivoluzioni la propria maniera di pensare il prodotto e l’idea sarà che ciò che lascia rifiuti è frutto di una cattiva progettazione.
Le leggi stesse dovranno cambiare. Non sarà più consentito vendere oggetti che non siano compatibili con la natura. Ogni mercanzia dovrà essere corredata di una scheda che elenchi ciascuno dei componenti e questi componenti dovranno essere “amici dell’ambiente”. Poi, ogni fabbricante dovrà prendersi carico completo dello smaltimento del suo prodotto quando, per qualsiasi motivo, questo non fosse più utilizzabile, il che obbligherà alla massima attenzione proprio in fase di concepimento del prodotto.
Malauguratamente, i rifiuti non sono una risorsa, contrariamente a quanto qualche pifferaio di Hamelin tenta di farci credere: sono un aspetto negativo della nostra società e basta. Pretendere di ricavarne energia è del tutto illusorio, e al proposito basta dare un’occhiata ai conti fatti da Gianni Tamino dell’Università di Padova, conti che dimostrano come, se si prendono in considerazione tutti gli addendi, il bilancio è fallimentare. A questo si aggiunga come estrarre energia dai rifiuti significhi espellere in atmosfera quantità enormi d’inquinanti, assai più aggressivi per la salute del rifiuto originale e superiori in massa a quello (bruciare significa ossidare e l’ossidazione avviene a spese dell’ossigeno atmosferico che ha una massa, e alla combustione si aggiungono altre sostanze che entrano nella massa finale). Questo non si potrà più fare non appena anche i politici più impermeabili alla scienza e gli “scienziati” più sensibili alle sirene dell’industria dovranno arrendersi all’ovvietà. Per quel poco di rifiuto che inevitabilmente resterà, dovremo studiare metodi di trasformazione (il verbo eliminare o quello smaltire sono in contraddizione con il primo principio della termodinamica) che non producano le sostanze velenose classiche dei sistemi d’incenerimento, dalle diossine ai furani agl’idrocarburi policiclici aromatici alle nanopolveri, tanto pericolose quanto cocciutamente ignorate dagli struzzi. Dal punto di vista tecnico, credo che il problema potrà essere risolto anche in più modi e parecchio si sta facendo ora. L’importante è che la ricerca miri ad una soluzione reale del problema e non a spostarlo o a nasconderlo come troppo spesso si è fatto.
Prevedere che cosa accadrà è difficile e facile al contempo. Difficile perché molto dipende dall’atteggiamento di chi ci governa e chi ci governa non ha spesso le conoscenze tecniche necessarie per scegliere con serenità e oculatezza. E poi, siamo tutti uomini di mondo e non ci sfugge il fatto che l’uomo politico resta un uomo e l’uomo è preda di tentazioni, tentazioni che, purtroppo, diverse lobby profondono a piene mani. Molto dipende dall’industria. Se anche l’industria si accorgerà che un mercato è sfruttabile finché questo mercato esiste ma, se il mercato viene distrutto perché non possono più esistere compratori, per l’industria è finita, avremo fatto un passo importante nella direzione corretta. Molto dipende dagli scienziati, compresa quella minoranza che si vende per sostenere assurdità come già fece in passato quando sostenne l’innocuità del fumo di tabacco o dell’amianto, e che è, alla fine, destinata inesorabilmente ad essere smentita. E molto dipende da ognuno di noi, dai nostri comportamenti singoli, perché uno più uno ripetuto
miliardi di volte fa un numero talmente grande da far pendere il Pianeta da una parte piuttosto che dall’altra.
La previsione facile è quella che, prima o poi, i rifiuti non ci saranno (quasi) più o, almeno, saranno profondamente diversi. Più presto di quanto non vorremmo pensare, ci troveremo di fronte ad una scelta impossibile da eludere: o i rifiuti o noi.
Pubblicato su Villaggio Globale, Anno X, Numero 37, Marzo 2007-03-14 pagg. 31-36